Tra mito e realtà, i ciclopi narrano la cultura millenaria dell’Etna, con le sue vigne coltivate nelle terrazze di pietra lavica. Il Nerello Mascalese e il Carricante sono vitigni di montagna il cui cuore vibra per la spuma del mare, che guardano da lontano e di cui sentono il profumo nelle fresche sere d’estate. Secondo la mitologia greca, i Ciclopi abitavano le terre nere dell’Etna; figli del Dio Efesto e dotati di un solo occhio, lavoravano nel ventre del vulcano per costruire i fulmini per Zeus e forgiare altre opere magiche come l’armatura di Achille. Filostrato ci racconta che questi uomini che mietevano le messi e che vendemmiavano le viti erano i Ciclopi, per i quali la terra produceva i suoi frutti spontaneamente. Il più famoso tra essi, il ciclope Polifemo, venne accecato da Ulisse durante il suo viaggio di ritorno ad Itaca. Secondo Teocrito e Ovidio, Polifemo era perdutamente innamorato di Galatea, la spuma del mare, che scorgeva da lontano dalla sua grotta scavata nella pietra lavica.

Questi uomini che mietono messi e che vendemmiano le viti, ragazzo mio, non hanno né creato né piantato; la terra produce spontaneamente per loro tutte queste cose. Si tratta infatti dei Ciclopi, per i quali la terra produce i suoi frutti spontaneamente.

Filostrato, “Immagini”

Questi si affidano ai numi immortali: non piantano alberi, non arano campi; ma tutto dal suolo per loro vien su inseminato e inarato, orzo e frumento e viti che portano vino nei grappoli grossi, che a loro matura la pioggia celeste di Zeus.

Omero, “Odissea”

Posseggo una caverna, una parte della montagna, scavata nella roccia viva, in cui in piena estate non si sente la calura né d’inverno il freddo; ho interi filari di uva dorata e uva porporina.

Ovidio, “Metamorfosi”